mercoledì 14 giugno 2017

Demetrio Nunnari - Biografia

Pianista, critico musicale e letterario, saggista, Demetrio Nunnari partecipa ad un seminario del M.ro Aldo Ciccolini (1992) e consegue il Diploma di Pianoforte presso il Conservatorio di Musica "A. Corelli" di Messina (1994). Allievo dei Proff. P.A. Zveteremich (che tradusse in prima mondiale il Dottor Zivago di B Pasternak) e B.V. D'Ajetti, è Dottore con lode in Lingue e Letterature Straniere (Specialista in Lingua e Lettteratura Russa; 2000). Riceve, per il suo operato in campo culturale, numerose attestazioni di merito: "Diploma d'Onore" al XV Concorso di Musica "A.M.A. - Calabria" (1992), Premio Internazionale "Calabria 2000" di Letteratura, Giornalismo e Scienze (per una tesi di laurea), Premio Letterario "Nunzio Giordano Bruno" (saggistica; 2001), Premio Letterario Internazionale "Il Convivio" (per la traduzione russo-italiano; 2003), Premio di Poesia Dialettale e Prosa "Nino Martoglio" (narrativa; 2003), Premio Letterario Nazionale "Franz Anton Messmer" (saggistica; 2003), "Diplome de Mérite" del prestigioso Tournoi International de Musique" diretto dal M.ro Filippo Michelangeli (critica musicale; 2004), Premio Letterario "Mario Soldati" (saggistica edita; 2012), Premio Letterario "Lord Glenn" (saggistica edita; 2014), Premio Internazionale "Calabria" di Letteratura, Giornalismo e Scienze (saggistica edita; 2014), Premio "Pannunzio" (Giornalismo e critica musicale edita; 2015), Premio Internazionale Letterario Artistico "Ambiart" (Giornalismo e critica musicale edita; 2015), Premio Nazionale "Mario Dell'Arco" (Giornalismo; 2016). Presidente dell'Associazione "Mafarka" (2002-2009), ha collaborato con il mensile "L'Eco del Sud" (2002-2012), con periodici, riviste d'arte ed associazioni culturali e fatto parte di giurie di concorsi nazionali (Premio Pianistico e di Musica da Camera "R. Schumann", VIII Ed., Premio Letterario "N.G. Bruno", Ed. 2002 & 2003, Premio di Prosa e Poesia ASAS, ed. 2015, 2016 & 2017). Ottiene nel 2003 una Borsa per uno Stage presso l'Università Statale di San Pietroburgo (C.S.I.) ed è, in seguito, Docente di Lingua Inglese, Lingua Russa, Analisi del Testo Letterario e Storia della Musica presso l'Università T.E. di Messina. Primo in Italia, traduce dal russo e pubblica un racconto di M.E. Saltykov-Scedrin [Il Convivio, 2003]. Consegue, successivamente, i Master in "Didattica della Letteratura Inglese", "Didattica della Lingua Straniera" e Apprendimento e sviluppo della Lingua Straniera". Pubblica il saggio Dalla parte del bene e del male. R.L. Stevenson e J. Conrad. Note a margine di una lettura [Enter Ed., Cerignola 2012]. Inizia nell'ottobre 2017 a collaborare con la prestigiosa rivista cinematografica on-line Diari di Cineclub. Dal 2002 è Docente di Lingua Inglese.
      


La mia Musica


                                                        “Beauty is truth, truth beauty,” – that is all
                                                
Ye know on earth, and all ye need to know.
                                                                                                                         [J. Keats]




Ci sono incontri che lasciano il segno, ed io ho incontrato la musica. Nonostante qualche decennio sia trascorso da allora, ricordo distintamente come lo studio del pianoforte scandisse con severità quasi tutto il mio tempo.
Due volte a settimana, all’uscita da scuola, trovavo ad attendermi l’auto di mio padre, e dritto di filato dal maestro di solfeggio. Finita la lezione – col babbo fuori ad aspettare - non erano però finiti i “nostri” impegni; ci attendeva ancora l’insegnante di pianoforte, una bella signora slava tanto dolce e gentile quanto implacabile ed esigente. Assolta anche questa incombenza si tornava finalmente a casa per il pranzo, alle cinque del pomeriggio. Qualche volta pranzavano assieme, qualche volta io da solo. Poi, subito a studiare.
Avevo nove anni.
La musica dettava inesorabilmente i ritmi e i gesti di vita quotidiana di un’intera famiglia che aveva forse riposto nel quarto dei suoi cinque figli le sue ambiziose speranze. Uno di quei gesti è vivo oggi più che mai: vedo mia madre – impiegata di professione e sarta per vocazione – ai miei piedi, intenta a tendere per bene l’orlo dei pantaloni cuciti di fresco. Quel giorno, col suo permesso, ero rimasto a casa a provare e riprovare, prima della lezione di musica, ogni piega di quel vestito appena sfornato. Mi colpiva il fatto che non vi fosse nei suoi occhi ombra alcuna della stanchezza di una levataccia mattutina, ma la luce raggiante di uno sguardo quasi commosso nel vedere quanto la sua “opera” mi calzasse a pennello e il figurone che avrei fatto.
Così fu. L’augusta madre del mio giovane maestro mi girò e rigirò come un bambolotto, ammirando imbastiture, asole, bottoni e quant’altro; poi prese il telefono e chiamò la mia sciogliendosi in un fiume di elogi. Al mio rientro, mia madre fece lo stesso; prese a girarmi intorno rimirandomi da ogni angolazione possibile, quasi vedesse quel vestito per la prima volta, e negli occhi sempre la stessa luce e tanto, tanto orgoglio. Lì compresi quanto la musica fosse una cosa seria e volesse per sé il sacrificio di noi tutti. Il mondo dell’arte, e quello dei musicisti in particolare, è fatto di gente raffinata che sembra badare all’etichetta quasi quanto alla sostanza stessa. All’appuntamento con i miei maestri bisognava dunque essere ben preparati, puntuali e presentabili più che in altre circostanze, e noi – famiglia normale di ceto medio – facevamo il possibile: io pensavo ad applicarmi, e i miei al resto. In tutto ciò era proprio la musica a farci da guida e dare un ordine alle nostre responsabilità.
Vennero gli anni della scuola media ad indirizzo musicale e del conservatorio per i corsi superiori, e l’onere della doppia scolarità mi accompagnò lungo il sentiero della mia adolescenza e prima giovinezza. Al pianoforte si aggiunsero le materie complementari d’obbligo; tre giorni a settimana tornavo a casa alle sette della sera, giusto per la cena, e poi in camera a provvedere per le interrogazioni del mattino dopo. Gli insegnanti, alle superiori, sapevano del mio impegno artistico, ma nessuno di loro mi ha mai fatto sconti. Alcuni mi trattavano, anzi, con distacco, come se il mio amore per la musica fosse stato solo un eccentrico capriccio, poiché pareva loro inconciliabile che frequentassi un istituto tecnico ed uno musicale al contempo. Ma non lo era; la scienza dava difatti una spiegazione alle cose che vedevo accadere intorno a me, mentre con la musica riuscivo a dare un senso a quel che d’inspiegabile sentivo agitarsi dentro me, ed essa - che aveva sancito i miei doveri di bambino – definiva ora a poco a poco i bisogni della mia interiorità di giovane adulto. Ardevo di un desiderio urgente di “significato”, armonia, bellezza, mentre mi lasciavano indifferente le cose futili.
Non avevo una squadra del cuore, né una moto, né veri amici, in classe, con cui condividere gli affanni per una irraggiungibile ragazza dagli occhi di un verde smeraldo indescrivibile.
In conservatorio, invece, era tutta un’altra storia. Facevamo gruppo nei momenti di pausa, andavamo assieme a teatro e sugli impervi Studi di Chopin – sovente argomento di conversazione - patteggiavamo per Pollini o Ashkenazy[1] come gli altri ragazzi, quelli “normali” (… non unti dal crisma dell’arte), facevano il tifo per Maradona o Pelè. Sembra esserci una tacita intesa fra musicisti, che raramente hanno fede calcistica o passione per la movida notturna e altre simili vacuità.
Di nuovo, la musica mi soggiogava al suo volere, facendomi stavolta da bussola nella gestione dei miei rapporti interpersonali.
Giunse così l’agognato diploma, brillantemente conseguito, tanto che uno dei membri della commissione si adoperò per mettermi in contatto con l’accademia di un celebre concertista italo-francese.
Ahimè, lo status medio borghese della mia famiglia non tardò però a reclamare i suoi diritti. Tanti fratelli, tante esigenze, due modesti stipendi impiegatizi e le ultime rate del mezza-coda acquistato appena l’anno prima si portarono via i miei sogni. Con la pena nel cuore chiusi così il coperchio del pianoforte e mi dedicai - con rinnovato ardore - all’altra mia grande passione per le lingue e le letterature straniere.
Sembra ieri, a parlarne, eppure correva l’anno millenovecentonovantaquattro.

La vita è un lungo fiume tranquillo e – volenti o nolenti – segue il suo corso trascinandoci con sé. Così, dopo aver accarezzato l’ambizione di diventare pianista, svolgo oggi la professione che il mio antico amore per le lingue mi ha dato, benché in tutto questo lasso di tempo la musica non abbia mai smesso di essere parte di me. Ho ascoltato, approfondito e acquisito una conoscenza della letteratura musicale classica di cui vado oggi fiero.
Ciò malgrado, qualche anno fa iniziai a provare la spiacevole sensazione che pure mancasse qualcosa. Capii in seguito. Qualsiasi rapporto teorico con l’arte è sempre un legame a metà, poiché l’arte – che è figlia del talento – si gusta con l’intelletto ma si fa con le mani, e le mie mani da troppo tempo non accarezzavano quei tasti bianchi e neri. Di buzzo buono ritornai a studiare. I mesi a seguire furono pieni d’angoscia poiché avrei voluto che le mie dita mi aiutassero ad esprimermi, e mi sentivo invece come Quasimodo; il gobbo Quasimodo[2], non il poeta.
Quasimodo che prova l’amore, lo patisce ma ne ha vergogna, perché cantato da lui, col suo corpo sgraziato e goffo, l’amore è cosa ridicola. E le mie dita erano adesso sgraziate e goffe. Perseverando, ritrovai però un po’ per volta il segreto e delicato connubio con la tastiera e, assieme a quello, qualcosa di ben più importante.
Come da bambino, il giornaliero rendez-vous col pianoforte tornava ad essere esigenza vitale. La musica è un momento di bellezza di cui tutti abbiamo bisogno: dopo una cocente delusione d’amore, la perdita di una persona cara, una malattia debilitante, un lungo periodo di “smarrimento”. Come un tempo, ripresi a stupirmi davanti al suo fascino, e a servirmene per sottrarre sempre più spazio alla mediocrità del quotidiano e far posto a tutto ciò che avesse parvenza di verità.
La musica è un male necessario, e i musicisti lo sanno. È dispotica, e chiede per sé ogni tua piccola attenzione. Ti sottrae alla vita che sta là fuori, e diviene al tempo stesso il motivo fondante del tuo essere. Ti adiri con lei e vorresti metterla alla porta, ma senza sarebbe il vuoto intorno a te. La musica è una pudica amante, che mai si concede al primo incontro. Promette senza mai mantenere, e tu insisti ed ancora insisti, e quando arriva il fatidico “sì”, ti accorgi che una vita intera ti è come scivolata addosso. Ma c’è del buono in tutto questo. Per una vita intera hai avuto occhi e cuore solo per lei, compagna fedele e devota, e nel frattempo non solo la tua esistenza, ma anche le più disumane sozzure dell’umanità ti son sfuggite.
La musica è salvezza dell’anima.







[1] Maurizio Pollini [n. 1942] e Vladimir Ashkenazy [n. 1937], tra i più grandi pianisti viventi, incisero nei primi anni ’70 due autorevolissime “letture” dei 24 Studi di F. Chopin [1810-49].
[2] Il campanaro di Notre-Dame de Paris di V. Hugo [1802-85].