giovedì 18 ottobre 2012

Prestito linguistico e studio delle lingue straniere


La motivazione intrinseca che spinge all’apprendimento di una lingua straniera è la possibilità di ampliare i propri orizzonti culturali e sentirsi cittadini del mondo. L’espressione “quanti anni hai?”, ad esempio, implica in italiano la semplice richiesta di un’informazione, ossia un dato numerico estraneo a quella sottile sfumatura emotivo-affettiva che vi entra invece in gioco quando facciamo riferimento  agli “anta” come a quel momento di passaggio in cui gli anni trascorsi “significano” qualcosa. Non è necessariamente così per altri popoli. Ho proposto, di recente, ad alcuni miei allievi il seguente spunto di riflessione: “immaginate di essere non italiani ma inglesi, e di avere sei anni e non tredici. Io vi chiedo how old are you? [quanto sei vecchio?]. Provate a rispondere! Facciamo adesso lo stesso gioco; l’età non cambia, ma stavolta siete russi, ed io vi chiedo skol’ko u tebe let? [quante estati hai?]. Provate a pensare!”. Due modi diversi d’intendere la vita separano il mondo anglosassone da quello slavo, ed è bene saperlo, poiché l’età anagrafica è come lo spazio in architettura; oltre ad essere un dato di fatto è anche un “concetto”, e si può (… e si deve) viverlo in armonia con la propria vita interiore. C’è, tuttavia, un’insidia nel nostro rapporto con le lingue straniere, ed è data da quella latente “esterofilia ad ogni costo” che è in noi e che ci induce talvolta ad un uso incontrollato del “prestito linguistico”, cioè di quel termine straniero di cui ci innamoriamo, appropriandocene spesso definitivamente ed a detrimento del corrispettivo vocabolo autoctono e della nostra bella lingua italiana. Onore al merito, dunque, allo studio delle lingue “altre” ed al nostro inconscio desiderio di essere sempre più diversi da noi stessi e più simili agli altri, purché la realizzazione di tal desiderio faccia sorgere in noi quel dubbio che è figlio primigenio della conoscenza, e ci guidi verso due fondanti certezze: che apprendere una lingua straniera non è dis-apprendere la propria lingua madre, e divenire cittadini del mondo non vuol dire essere figli di una cultura apolide. Per questo, lo scorso anno ho coinvolto 63 studenti (età media: 13-14 anni) del mio Istituto Comprensivo in un sondaggio sperimentale consistito nel chiedere loro di inserire in una griglia i corrispettivi vocaboli o termini italiani di altrettanti prestiti linguistici dall’inglese, alcuni di uso comune, altri meno. Il fine, ovvio, era quello di verificare quanto l’uso del prestito linguistico fosse consapevole o no, e quanto incidesse in tal caso sulla competenza lessicale dei ragazzi nella loro lingua materna. I risultati sono stati sorprendenti. Di un termine come fitness [forma fisica] i 13/63 hanno fornito una risposta corretta. Quel che conta, però, è che per molti di loro fitness è “fisico”, “linea”, “corpo”, ovvero qualcosa di distinto da un mero stato di benessere. Fitness è corporeità, fisicità; e credo non potesse essere diversamente per degli adolescenti che, in una fase complessa di ricerca del , vedono nell’esteriorità un canale privilegiato dell’approccio con l’Altro. Curiosamente, solo 8/63 hanno definito outlet un “punto di vendita”, mentre per i più si tratterebbe di un “negozio con sconti e/o svendite” o di un esercizio commerciale di abiti “fuori moda” (!). Su mouse (siamo nel linguaggio informatico) i 12/63 hanno risposto “puntatore, cursore”. Gli altri si sono prodotti in una ridda di soluzioni anche fin troppo elaborate come “telecomando per lo spostamento di una freccia sullo schermo di un computer”. Poi arriva il computer, e solo 4/63 lo definiscono “elaboratore elettronico”. Troppo pochi. I 7/63 danno di computer una definizione corretta o parzialmente corretta, mentre per 56/63 si tratta di risposta omessa o errata. Eppure, non credo di cadere in errore affermando che non vi sia adolescente che non trascorra al computer buona parte del suo tempo. Qualcuno, invece, ritiene si tratti di una “macchina elettronica di ultima generazione”, forse ignorando che la “macchina analitica” di Ch. Babbage, del 1833, è la prima forma di computer che la Storia moderna ricordi, e che bisognerà attendere fino alla metà del XX° sec. per veder nascere negli U.S.A. i primi computer intesi nell’accezione moderna del termine. Punto dolente è robot: nessuno dei 63 studenti difatti lo individua correttamente quale “automa”, mentre 51/63 sono complessivamente le risposte errate od omesse. Davvero tante. Solo 12/63 hanno fornito una risposta corretta in parte. A ben pensarci, anche la figura del robot è stata ed è tuttora tra quelle fondanti dell’immaginario collettivo sia della giovane generazione di un tempo che di quella odierna. Solo, forse, i media hanno contribuito a darne un’immagine non rispondente al vero. Di interior designer [architetto d’interni], termine d’uso recente, solo 4/63 hanno dimostrato di sapere di quale figura professionale si trattasse, mentre 55/63 sono, nell’insieme, le risposte errate o mancanti. Un risultato che, a ben pensarci, non stupisce più di tanto poiché un interior designer è, in fondo, qualcosa di fondamentalmente estraneo al mondo adolescenziale ed ai suoi interessi. Alquanto singolari sono invece due risposte che vedrebbero in lui un designer “interiore” o addirittura uno “psicologo”. In effetti, il termine interior può, in inglese, essere usato anche in qualità di sostantivo (the interior, “l’interiorità”), e proprio questo fa l’interior designer: cura gl’interni della nostra dimora in modo tale che questi entrino in armonia con i luoghi interni della nostra anima. L’interior designer è, dunque, anche psicologo, poiché proprio contro la nostra psiche impatta la vivibilità di qualsiasi ambiente domestico. Di un termine quale vocal coach, sdoganato in questi ultimi anni da un noto show televisivo, solo i 13/63 hanno dato la corretta resa in italiano: “insegnante di canto”. Piuttosto elevato è invece il numero di quelli che, complessivamente, hanno fornito una risposta errata o parzialmente corretta: 44/63. Qui, probabilmente, l’esigenza di sostituire la dizione “insegnante di canto”, tutt’oggi corrente nella nostra lingua, con un prestito dall’inglese si sposa con la necessità di fare audience, guadagnare cioè pubblico e visibilità avvalendosi di un linguaggio intanto “internazionale”, e poi anche nuovo, inedito. Interessante è, poi, l’esito del test sul termine food designer: va detto, a priori, che la sua diffusione è oggi appannaggio dei paesi del mondo ad alto tasso di benessere. Il food designer è, difatti, un cuoco che riserva una cura particolare all’aspetto artistico del cibo, al modo in cui esso viene “impiattato”, consapevole del fatto che a tavola anche l’occhio vuole la sua parte. Si tratta di una “finezza” tipica dei moderni paesi industrializzati, ad economia consumistico-capitalistica. Non si sarebbe certo potuto immaginare l’uso di un tal prestito nella nostra Europa appena uscita dal tunnel della devastante Seconda Guerra Mondiale, il cui bisogno primario era essenzialmente quello di ristabilire le sorti della produttività agricola e nutrirsi, più che pensare al cibo come ad un fatto estetico. Ebbene, solo 10/63 dei miei studenti sapevano cosa fosse un food designer, mentre nessuno di loro (0/63) è stato in grado di dare una risposta almeno parzialmente corretta. I 36/63 hanno dato risposte errate, mentre i 17/63 non hanno risposto. Significativo è, poi, il fatto che di un termine usato e abusato quale cowboy 50/63 dei miei studenti hanno mostrato una certa confusione di idee, espressasi in risposte omesse o errate e in una sequela di soluzioni davvero ai limiti dell’inventiva e del genio: “ragazzo mucca” (evidente traduzione letterale), “personaggio dei film”, “sceriffo”, “uomo a cavallo”, “pistolero”, “cavaliere”, “texano”. Colpa, evidentemente, della TV, il più amato tra i mass media, che ce ne ha consegnato (sin dalla nostra infanzia e dai nostri primi sogni di gloria e di rivalsa) una visione distorta. Il cowboy non è che un semplice “mandriano”. Di gossip, i 25/63 danno la giusta definizione di “pettegolezzo”, mentre risulta un certo qual equilibrio tra le risposte parzialmente corrette (12/63), errate (12/63) e omesse (13/63). Il dato più ricorrente vedrebbe nel pettegolezzo una serie di “indiscrezioni su persone famose”, il che è certamente vero, ma solo in parte. L’età adolescenziale dei soggetti coinvolti nel test, è chiaro, fuorvia sensibilmente la loro percezione di ciò che è il gossip, indirizzandola verso il mondo dello showbiz, che esercita su tale fascia d’età un fascino innegabile. Male, invece, glamour, definito appropriatamente come “esclusivo” solo da 1/53 e, in maniera parzialmente corretta da 5/63. I 53/63 danno, nell’insieme, risposte errate o omesse. Curioso è che fra queste ultime, glamour sia definito come qualcosa che è “alla moda”. Ancora una volta, credo, l’età dei miei alunni – fisiologicamente volta più all’apparire che all’essere - condiziona pesantemente il loro pensiero. Le cose vanno decisamente meglio con personal trainer, da 53/63 correttamente definito “preparatore atletico”. Va detto che anche questo termine, come food designer, è un segno evidente dei tempi che cambiano. Certo oggi, la società del benessere economico chiede il nostro impegno, reclama il nostro tempo e ci lusinga, intanto, con la sua opulenza anche gastronomica. Così, vinti dalle tentazioni della tavola, dobbiamo riappropriarci della nostra buona forma fisica – il fitness, per l’appunto -, ma non ne abbiamo il tempo. Ecco, allora, accorrere in nostro aiuto il fedele preparatore atletico personale. Oggi non usa più andare in palestra poiché, come si suol dire, “… se la montagna non va a Maometto…”. Il termine life stylist è piuttosto recente, dato che appare per la prima volta negli U.S.A. nel 1999 ad indicare una figura professionale che si occupa di correggere molte delle malsane abitudini cui la frenetica, caotica vita della patria di “Miss Liberty” ha assuefatto i suoi figli: sregolatezza alimentare (si pensi al junk food; gli Stati Uniti sono il paese a più alto tasso di obesità al mondo), scarsa coesione familiare (pranzo e cena non sono momenti di aggregazione) ed altre bislacche costumanze. Non ultima, quella di accumulare oggetti di ogni genere, legati a ricordi ed affetti personali, che non si riesce a buttar via. Se si pensa che, in base ai dati di un recente sondaggio, gli americani traslocano in media diciassette volte nell’arco di una vita, non è difficile immaginare le conseguenze di questo vezzo che, non di rado, si trasforma in una mania a tutto tondo. In Italia, però, le cose vanno diversamente, e il life stylist deve reinventare se stesso per avere una ragion d’essere, e diventa dunque una figura “fatua”, che bazzica da una trasmissione televisiva ad un’altra nel tentativo (talvolta disperato) di mettere alla prova il cittadino medio con i rigorosi dettami del bon ton, a tavola come nella vita, del gusto per l’arte e il bello, e del saper vivere in genere. In breve, un altro prodotto della società del benessere. Ebbene, nessuno degli esaminandi (0/63) risponde né in maniera corretta né parzialmente corretta, laddove 44/63 danno una risposta errata e 19/63 omettono di rispondere. Con ciò non si vuol certo affermare che i figli d’Italia siano poco avvezzi alle regole del vivere civile, ma solo che, probabilmente, queste appartengono ad un mondo per loro tutto da scoprire, abituati invece come sono ad un modo di essere molto “istintivi” che è loro peculiare. Infine, art creator che solo 30/63 hanno giustamente definito “artista”. Fra le risposte raccolte, “creatore d’arte” è quella più significativa. Può sembrare pleonastico, adesso, definire l’artista un “creatore d’arte”, ma forse no. Il punto è che in questi ultimi decenni dell’Italia del post-post-secondo conflitto mondiale, si sono andate delineando figure professionali sempre meno pragmatiche e legate all’esigenza vitale di “rifare” il Paese, e sempre più frivole al tempo stesso (il preparatore atletico, lo chef-esteta d’alto rango, l’architetto d’interni, l’esperto di buone maniere ecc.). Tra queste, anche l’artista, che in verità è sempre esistito (almeno da un certo punto in poi della nostra storia), ma che conosce oggi un momento di vera celebrità. Tutti vogliono sentirsi artisti, persino quelli che non dovrebbero esserlo a pieno titolo: il cuoco è un artista, il sommelier lo è pure, la velina, il “tronista”, l’opinionista televisivo ed altri ancora. Si è perso, credo, il primevo significato dell’arte come di qualcosa che si crea con le mani e con l’ingegno, e s’intende invece per “arte” un prodotto dell’improvvisazione o della più banale “visibilità” mediatica. Dunque, se è vero che le parole sono come le scarpe che portiamo ai piedi, e che col tempo si consumano, il termine “artista” ha perso buona parte del suo antico lustro e della sua incisività, ed urge adesso chiamarlo pleonasticamente “creatore d’arte”. Croce e delizia dell’universo linguistico. E’ evidente come dietro la lingua di un popolo vi sia la sua storia, è entusiasmante l’idea di scoprire la nostra attraverso l’uso di una lingua “altra”, ma è imbarazzante realizzare quanto poco sappiamo di noi stessi nello stesso momento in cui cerchiamo di conoscere i nostri “vicini” di casa.

Un sincero ringraziamento alla collega Prof.ssa Ivana Pedretti che con generosità e pazienza ha contribuito alla riuscita di questa proposta di approfondimento didattico.


  

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