domenica 25 novembre 2012

A Demetrio Nunnari il I° Premio del Concorso Letterario "Mario Soldati 2012"

Non ha quasi fatto in tempo ad arrivare in libreria il saggio di Demetrio Nunnari ("Dalla parte del bene e del male. R.L. Stevenson e J. Conrad. Note a margine di una lettura", Enter Edizioni 2012) che già si guadagna una lusinghiera affermazione vincendo, per la sezione "Saggistica", il I° Premio ex aequo al prestigioso Concorso Letterario "Mario Soldati 2012"; riconoscimento istituito dodici anni or sono dal Centro di Studi e Ricerche "Mario Pannunzio" in memoria dell'eclettico scrittore-regista torinese Mario Soldati, che proprio del Centro fu fondatore, con Arrigo Olivetti, nel lontano 1968. Introdotta dalla mediatrice Anna Ricotti, si è dunque tenuta Sabato 24 novembre 2012, nell'Auditorium del Collegio San Giuseppe a Torino, la cerimonia di premiazione del rinomato Concorso. Mattatore dell'evento, con la sua squisita dialettica e lo humor sottile, è il Presidente del Centro "Pannunzio" Prof. Pier Franco Quaglieni, che piacevolissimamente accoglie il suo pubblico con una sequela di gustosi aneddoti su di un Soldati "inedito e uomo" ancorché letterato, aneddoti che avremmo ascoltato volentieri anche più a lungo. Fra tali amenità, tuttavia, Quaglieni non manca di sottolineare con affetto e malcelata nostalgia la sua lunga amicizia con uno degli ultimi e degni "figli" della Torino d'una volta. Mario Soldati; persona di pronta presenza di spirito ma anche di grande spessore morale (per il quale fu insignito, sedicenne, della Medaglia al Valor Civile). Il Prof. Quaglieni, inoltre, non risparmia di scoccare le sue frecciatine amare (e noi, qui, lo condividiamo) contro il degrado civico, culturale ed estetico della società dei nostri giorni. E dinnanzi a tutto questo, ci è parso d'intuire fra le sue parole, il Premio "Soldati" si pone coraggiosamente in aperta polemica, a sostegno dei talenti del nostro Bel Paese: di quelli già affermati come delle più giovani promesse. Ben due sono, difatti, le sezioni dedicate ai promettenti protagonisti della cultura del nostro domani, riservate ai "Giovani" ed alla "Tesi di Laurea". E la risposta del pubblico non si fa certo attendere, guadagnando al Premio oltre trecento partecipanti, "tutti meritevoli sì da rendere alquanto sofferta l'assegnazione degli ambiti riconoscimenti", come puntualizza la "madrina" del Concorso Prof.ssa Carla Zullo Piccoli. Ma torniamo ai premiati e alle opere, elegantemente valorizzate dalla bella "voce recitante" dell'attrice Ornella Pozzi. Per la sezione "Giornalismo e Critica": I° Premio ex aequo a Demetrio Nunnari e Emilio Sarli, II° premio ex aequo a Ilaria Mainardi e Francesco Chiappinelli, III° Premio ex aequo a Gian Luca Caffarena e Anna Gialdini. Finalisti: Giusi Audiberti, Stefania Elena Carnemolla, Giovanni Conoscitore, Sergio Distefano, Alberto Ghelli, Federico Navire, Costantino Nivola,  Eddi Vencia, Miriam Visalli. Per la "Poesia", I° Premio ex aequo a Aldo Berti e Antonio Rossi, II° Premio ex aequo a Marco Maffei e Giuliana Cordero, III° Premio ex aequo a Roberto Bruciapaglia e Fabiano Braccini. Finalisti: Miriam Bonamico Chiareno, Enrico Calilli, Giovanni Gorla, Natino Lucente, Giuseppe Morreale, Francesco Palmisano, Marco Pelliccioli, Stefania Piccolo. Sezione "Narrativa", I° Premio ex aequo a Valentina Casarotto e Michelangelo Bartolo, II° Premio ex aequo a Marco Pettoello e Alberto Frappa Ronceroy, III° Premio ex aequo ad Alessandra Magnapane e Pietro Rainero. Finalisti: Elena Cerere, Elena Cerutti, Genoveffa Comina, Francesco Costa, Giuseppe de Concini, Damiano Giachello, Mario Fulvio Giordanino, Marco Maffei, Pietro Malagoli, Maria Clotilde Pesci Schiavo, Elena Patrizia Procino, Elio Emilio Senesi. Per la sezione "Tesi di Laurea", invece, I° Premio a Maria Chiara Montani, II° Premio Nilla Zaira D'Urso, III° Premio Jessica Malfatto. Finalisti: Sergio Distefano, Emanuela Morganti, Vincenzo Lisciani Petrini. Infine, per la sezione "Giovani", I° Premio ad Andrea Castagnetta, II° Premio Davide Napoli, III° Premio Giulia Martini. Contestualmente, viene anche consegnato il "Premio Soldati" a tre benemerite personalità del panorama culturale torinese e italiano: il Generale Oreste Bovio, Capo dell'Ufficio Storico dell'Esercito Italiano, il giornalista (e scrittore) de "La Stampa" Maurizio Lupo e lo scrittore (nonché personalità di gran rilievo della cinematografia torinese) Lorenzo VentavoliIl Premio si conclude con un affettuoso tributo del suo Presidente Prof. Quaglieni alla nota poetessa-scrittrice e socia del "Centro Pannunzio" Liana De Luca.


giovedì 18 ottobre 2012

Prestito linguistico e studio delle lingue straniere


La motivazione intrinseca che spinge all’apprendimento di una lingua straniera è la possibilità di ampliare i propri orizzonti culturali e sentirsi cittadini del mondo. L’espressione “quanti anni hai?”, ad esempio, implica in italiano la semplice richiesta di un’informazione, ossia un dato numerico estraneo a quella sottile sfumatura emotivo-affettiva che vi entra invece in gioco quando facciamo riferimento  agli “anta” come a quel momento di passaggio in cui gli anni trascorsi “significano” qualcosa. Non è necessariamente così per altri popoli. Ho proposto, di recente, ad alcuni miei allievi il seguente spunto di riflessione: “immaginate di essere non italiani ma inglesi, e di avere sei anni e non tredici. Io vi chiedo how old are you? [quanto sei vecchio?]. Provate a rispondere! Facciamo adesso lo stesso gioco; l’età non cambia, ma stavolta siete russi, ed io vi chiedo skol’ko u tebe let? [quante estati hai?]. Provate a pensare!”. Due modi diversi d’intendere la vita separano il mondo anglosassone da quello slavo, ed è bene saperlo, poiché l’età anagrafica è come lo spazio in architettura; oltre ad essere un dato di fatto è anche un “concetto”, e si può (… e si deve) viverlo in armonia con la propria vita interiore. C’è, tuttavia, un’insidia nel nostro rapporto con le lingue straniere, ed è data da quella latente “esterofilia ad ogni costo” che è in noi e che ci induce talvolta ad un uso incontrollato del “prestito linguistico”, cioè di quel termine straniero di cui ci innamoriamo, appropriandocene spesso definitivamente ed a detrimento del corrispettivo vocabolo autoctono e della nostra bella lingua italiana. Onore al merito, dunque, allo studio delle lingue “altre” ed al nostro inconscio desiderio di essere sempre più diversi da noi stessi e più simili agli altri, purché la realizzazione di tal desiderio faccia sorgere in noi quel dubbio che è figlio primigenio della conoscenza, e ci guidi verso due fondanti certezze: che apprendere una lingua straniera non è dis-apprendere la propria lingua madre, e divenire cittadini del mondo non vuol dire essere figli di una cultura apolide. Per questo, lo scorso anno ho coinvolto 63 studenti (età media: 13-14 anni) del mio Istituto Comprensivo in un sondaggio sperimentale consistito nel chiedere loro di inserire in una griglia i corrispettivi vocaboli o termini italiani di altrettanti prestiti linguistici dall’inglese, alcuni di uso comune, altri meno. Il fine, ovvio, era quello di verificare quanto l’uso del prestito linguistico fosse consapevole o no, e quanto incidesse in tal caso sulla competenza lessicale dei ragazzi nella loro lingua materna. I risultati sono stati sorprendenti. Di un termine come fitness [forma fisica] i 13/63 hanno fornito una risposta corretta. Quel che conta, però, è che per molti di loro fitness è “fisico”, “linea”, “corpo”, ovvero qualcosa di distinto da un mero stato di benessere. Fitness è corporeità, fisicità; e credo non potesse essere diversamente per degli adolescenti che, in una fase complessa di ricerca del , vedono nell’esteriorità un canale privilegiato dell’approccio con l’Altro. Curiosamente, solo 8/63 hanno definito outlet un “punto di vendita”, mentre per i più si tratterebbe di un “negozio con sconti e/o svendite” o di un esercizio commerciale di abiti “fuori moda” (!). Su mouse (siamo nel linguaggio informatico) i 12/63 hanno risposto “puntatore, cursore”. Gli altri si sono prodotti in una ridda di soluzioni anche fin troppo elaborate come “telecomando per lo spostamento di una freccia sullo schermo di un computer”. Poi arriva il computer, e solo 4/63 lo definiscono “elaboratore elettronico”. Troppo pochi. I 7/63 danno di computer una definizione corretta o parzialmente corretta, mentre per 56/63 si tratta di risposta omessa o errata. Eppure, non credo di cadere in errore affermando che non vi sia adolescente che non trascorra al computer buona parte del suo tempo. Qualcuno, invece, ritiene si tratti di una “macchina elettronica di ultima generazione”, forse ignorando che la “macchina analitica” di Ch. Babbage, del 1833, è la prima forma di computer che la Storia moderna ricordi, e che bisognerà attendere fino alla metà del XX° sec. per veder nascere negli U.S.A. i primi computer intesi nell’accezione moderna del termine. Punto dolente è robot: nessuno dei 63 studenti difatti lo individua correttamente quale “automa”, mentre 51/63 sono complessivamente le risposte errate od omesse. Davvero tante. Solo 12/63 hanno fornito una risposta corretta in parte. A ben pensarci, anche la figura del robot è stata ed è tuttora tra quelle fondanti dell’immaginario collettivo sia della giovane generazione di un tempo che di quella odierna. Solo, forse, i media hanno contribuito a darne un’immagine non rispondente al vero. Di interior designer [architetto d’interni], termine d’uso recente, solo 4/63 hanno dimostrato di sapere di quale figura professionale si trattasse, mentre 55/63 sono, nell’insieme, le risposte errate o mancanti. Un risultato che, a ben pensarci, non stupisce più di tanto poiché un interior designer è, in fondo, qualcosa di fondamentalmente estraneo al mondo adolescenziale ed ai suoi interessi. Alquanto singolari sono invece due risposte che vedrebbero in lui un designer “interiore” o addirittura uno “psicologo”. In effetti, il termine interior può, in inglese, essere usato anche in qualità di sostantivo (the interior, “l’interiorità”), e proprio questo fa l’interior designer: cura gl’interni della nostra dimora in modo tale che questi entrino in armonia con i luoghi interni della nostra anima. L’interior designer è, dunque, anche psicologo, poiché proprio contro la nostra psiche impatta la vivibilità di qualsiasi ambiente domestico. Di un termine quale vocal coach, sdoganato in questi ultimi anni da un noto show televisivo, solo i 13/63 hanno dato la corretta resa in italiano: “insegnante di canto”. Piuttosto elevato è invece il numero di quelli che, complessivamente, hanno fornito una risposta errata o parzialmente corretta: 44/63. Qui, probabilmente, l’esigenza di sostituire la dizione “insegnante di canto”, tutt’oggi corrente nella nostra lingua, con un prestito dall’inglese si sposa con la necessità di fare audience, guadagnare cioè pubblico e visibilità avvalendosi di un linguaggio intanto “internazionale”, e poi anche nuovo, inedito. Interessante è, poi, l’esito del test sul termine food designer: va detto, a priori, che la sua diffusione è oggi appannaggio dei paesi del mondo ad alto tasso di benessere. Il food designer è, difatti, un cuoco che riserva una cura particolare all’aspetto artistico del cibo, al modo in cui esso viene “impiattato”, consapevole del fatto che a tavola anche l’occhio vuole la sua parte. Si tratta di una “finezza” tipica dei moderni paesi industrializzati, ad economia consumistico-capitalistica. Non si sarebbe certo potuto immaginare l’uso di un tal prestito nella nostra Europa appena uscita dal tunnel della devastante Seconda Guerra Mondiale, il cui bisogno primario era essenzialmente quello di ristabilire le sorti della produttività agricola e nutrirsi, più che pensare al cibo come ad un fatto estetico. Ebbene, solo 10/63 dei miei studenti sapevano cosa fosse un food designer, mentre nessuno di loro (0/63) è stato in grado di dare una risposta almeno parzialmente corretta. I 36/63 hanno dato risposte errate, mentre i 17/63 non hanno risposto. Significativo è, poi, il fatto che di un termine usato e abusato quale cowboy 50/63 dei miei studenti hanno mostrato una certa confusione di idee, espressasi in risposte omesse o errate e in una sequela di soluzioni davvero ai limiti dell’inventiva e del genio: “ragazzo mucca” (evidente traduzione letterale), “personaggio dei film”, “sceriffo”, “uomo a cavallo”, “pistolero”, “cavaliere”, “texano”. Colpa, evidentemente, della TV, il più amato tra i mass media, che ce ne ha consegnato (sin dalla nostra infanzia e dai nostri primi sogni di gloria e di rivalsa) una visione distorta. Il cowboy non è che un semplice “mandriano”. Di gossip, i 25/63 danno la giusta definizione di “pettegolezzo”, mentre risulta un certo qual equilibrio tra le risposte parzialmente corrette (12/63), errate (12/63) e omesse (13/63). Il dato più ricorrente vedrebbe nel pettegolezzo una serie di “indiscrezioni su persone famose”, il che è certamente vero, ma solo in parte. L’età adolescenziale dei soggetti coinvolti nel test, è chiaro, fuorvia sensibilmente la loro percezione di ciò che è il gossip, indirizzandola verso il mondo dello showbiz, che esercita su tale fascia d’età un fascino innegabile. Male, invece, glamour, definito appropriatamente come “esclusivo” solo da 1/53 e, in maniera parzialmente corretta da 5/63. I 53/63 danno, nell’insieme, risposte errate o omesse. Curioso è che fra queste ultime, glamour sia definito come qualcosa che è “alla moda”. Ancora una volta, credo, l’età dei miei alunni – fisiologicamente volta più all’apparire che all’essere - condiziona pesantemente il loro pensiero. Le cose vanno decisamente meglio con personal trainer, da 53/63 correttamente definito “preparatore atletico”. Va detto che anche questo termine, come food designer, è un segno evidente dei tempi che cambiano. Certo oggi, la società del benessere economico chiede il nostro impegno, reclama il nostro tempo e ci lusinga, intanto, con la sua opulenza anche gastronomica. Così, vinti dalle tentazioni della tavola, dobbiamo riappropriarci della nostra buona forma fisica – il fitness, per l’appunto -, ma non ne abbiamo il tempo. Ecco, allora, accorrere in nostro aiuto il fedele preparatore atletico personale. Oggi non usa più andare in palestra poiché, come si suol dire, “… se la montagna non va a Maometto…”. Il termine life stylist è piuttosto recente, dato che appare per la prima volta negli U.S.A. nel 1999 ad indicare una figura professionale che si occupa di correggere molte delle malsane abitudini cui la frenetica, caotica vita della patria di “Miss Liberty” ha assuefatto i suoi figli: sregolatezza alimentare (si pensi al junk food; gli Stati Uniti sono il paese a più alto tasso di obesità al mondo), scarsa coesione familiare (pranzo e cena non sono momenti di aggregazione) ed altre bislacche costumanze. Non ultima, quella di accumulare oggetti di ogni genere, legati a ricordi ed affetti personali, che non si riesce a buttar via. Se si pensa che, in base ai dati di un recente sondaggio, gli americani traslocano in media diciassette volte nell’arco di una vita, non è difficile immaginare le conseguenze di questo vezzo che, non di rado, si trasforma in una mania a tutto tondo. In Italia, però, le cose vanno diversamente, e il life stylist deve reinventare se stesso per avere una ragion d’essere, e diventa dunque una figura “fatua”, che bazzica da una trasmissione televisiva ad un’altra nel tentativo (talvolta disperato) di mettere alla prova il cittadino medio con i rigorosi dettami del bon ton, a tavola come nella vita, del gusto per l’arte e il bello, e del saper vivere in genere. In breve, un altro prodotto della società del benessere. Ebbene, nessuno degli esaminandi (0/63) risponde né in maniera corretta né parzialmente corretta, laddove 44/63 danno una risposta errata e 19/63 omettono di rispondere. Con ciò non si vuol certo affermare che i figli d’Italia siano poco avvezzi alle regole del vivere civile, ma solo che, probabilmente, queste appartengono ad un mondo per loro tutto da scoprire, abituati invece come sono ad un modo di essere molto “istintivi” che è loro peculiare. Infine, art creator che solo 30/63 hanno giustamente definito “artista”. Fra le risposte raccolte, “creatore d’arte” è quella più significativa. Può sembrare pleonastico, adesso, definire l’artista un “creatore d’arte”, ma forse no. Il punto è che in questi ultimi decenni dell’Italia del post-post-secondo conflitto mondiale, si sono andate delineando figure professionali sempre meno pragmatiche e legate all’esigenza vitale di “rifare” il Paese, e sempre più frivole al tempo stesso (il preparatore atletico, lo chef-esteta d’alto rango, l’architetto d’interni, l’esperto di buone maniere ecc.). Tra queste, anche l’artista, che in verità è sempre esistito (almeno da un certo punto in poi della nostra storia), ma che conosce oggi un momento di vera celebrità. Tutti vogliono sentirsi artisti, persino quelli che non dovrebbero esserlo a pieno titolo: il cuoco è un artista, il sommelier lo è pure, la velina, il “tronista”, l’opinionista televisivo ed altri ancora. Si è perso, credo, il primevo significato dell’arte come di qualcosa che si crea con le mani e con l’ingegno, e s’intende invece per “arte” un prodotto dell’improvvisazione o della più banale “visibilità” mediatica. Dunque, se è vero che le parole sono come le scarpe che portiamo ai piedi, e che col tempo si consumano, il termine “artista” ha perso buona parte del suo antico lustro e della sua incisività, ed urge adesso chiamarlo pleonasticamente “creatore d’arte”. Croce e delizia dell’universo linguistico. E’ evidente come dietro la lingua di un popolo vi sia la sua storia, è entusiasmante l’idea di scoprire la nostra attraverso l’uso di una lingua “altra”, ma è imbarazzante realizzare quanto poco sappiamo di noi stessi nello stesso momento in cui cerchiamo di conoscere i nostri “vicini” di casa.

Un sincero ringraziamento alla collega Prof.ssa Ivana Pedretti che con generosità e pazienza ha contribuito alla riuscita di questa proposta di approfondimento didattico.


  

sabato 28 luglio 2012

Dalla parte del bene e del male

Demetrio Nunnari, Dalla parte del bene e del male. R.L. Stevenson e J. Conrad. Note a margine di una lettura, Enter Edizioni, Cerignola 2012, pp. 76, € 10,00 

* I° Premio - Concorso Letterario "Mario Soldati 2012".


* I° Premio - Concorso Letterario "Lord Glenn 2013-14".


* Omaggio alla Cultura - Premio Internazionale Calabria 2014 di Letteratura, Giornalismo e Scienze.


Viviamo, in ambito letterario, un eccesso dell’ermeneutica. L’opera d’arte è costantemente violata nel suo segno, nella sua più immediata bellezza, e scomposta in frammenti infinitesimi che si piegano al fare dispotico di quella Critica che arroga a sé il diritto di definirne il senso. A poco a poco il fruitore del testo è escluso dal gioco sottile e stimolante della comunicazione letteraria e non ha più privilegio di pensiero. Ecco, dunque, il fondamento di queste brevi Note a margine di una lettura di due celebri lavori di R.L. Stevenson e J. Conrad: un libercolo agile e snello che non impone un disegno critico, ma offre varie ipotesi d’interpretazione che sarà poi il lettore ad elaborare. L’Autore obbedisce cosi alla regola aurea del “vorrei, ma non posso”, mostrando sentieri solitari e, talvolta, inesplorati, ponendo quesiti, insinuando dubbi. Cosa lega, dunque, Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde a Il compagno segreto? Presto detto. L’eterno dilemma del “doppio” nella letteratura europea, Freud, il dissidio tra il bene e il male, la poetica di Dostoevskij, la morale di Nietzsche ed altro ancora. Un’esperienza di lettura avvincente e tutta all’insegna della “semiosi illimitata”.

Pianista, critico musicale e letterario, saggista, Demetrio Nunnari partecipa ad un seminario del M.ro Aldo Ciccolini (1992) e consegue il Diploma di Pianoforte presso il Conservatorio di Musica "A. Corelli" di Messina (1994). Allievo dei Proff. P.A. Zveteremich (che tradusse in prima mondiale il Dottor Zivago di B Pasternak) e B.V. D'Ajetti, è Dottore con lode in Lingue e Letterature Straniere (Specialista in Lingua e Lettteratura Russa; 2000). Riceve, per il suo operato in campo culturale, numerose attestazioni di merito: "Diploma d'Onore" al XV Concorso di Musica "A.M.A. - Calabria" (1992), Premio Internazionale "Calabria 2000" di Letteratura, Giornalismo e Scienze (per una tesi di laurea), Premio Letterario "Nunzio Giordano Bruno" (saggistica; 2001), Premio Letterario Internazionale "Il Convivio" (per la traduzione russo-italiano; 2003), Premio di Poesia Dialettale e Prosa "Nino Martoglio" (narrativa; 2003), Premio Letterario Nazionale "Franz Anton Messmer" (saggistica; 2003), "Diplome de Mérite" del prestigioso Tournoi International de Musique" diretto dal M.ro Filippo Michelangeli (critica musicale; 2004), Premio Letterario "Mario Soldati (saggistica edita, 2012), Premio Letterario "Lord Glenn" (saggistica edita; 2014), Premio Internazionale "Calabria" di Letteratura, Giornalismo e Scienze (saggistica edita; 2014) . Presidente dell'Associazione "Mafarka" (2002-2009), ha collaborato con il mensile "L'Eco del Sud" (2002-2012), con periodici, riviste d'arte ed associazioni culturali e fatto parte di giurie di concorsi nazionali (Premio Pianistico e di Musica da Camera "R. Schumann", VIII Ed., Premio Letterario "N.G. Bruno, Ed. 2002 & 2003, Premio di Prosa e Poesia ASAS 2015). Ottiene nel 2003 una Borsa per uno Stage presso l'Università Statale di San Pietroburgo (C.S.I.) ed è, in seguito, Docente di Lingua Inglese, Lingua Russa, Analisi del Testo Letterario e Storia della Musica presso l'Università T.E. di Messina. Primo in Italia, traduce dal russo e pubblica un racconto di M.E. Saltykov-Scedrin [Il Convivio, 2003]. Consegue, successivamente, i Master in "Didattica della Letteratura Inglese", "Didattica della Lingua Straniera" e Apprendimento e sviluppo della Lingua Straniera". Pubblica il saggio Dalla parte del bene e del male. R.L. Stevenson e J. Conrad. Note a margine di una lettura [Enter Ed., Cerignola 2012]. Dal 2002 è Docente di Lingua Inglese.

Titolo: Dalla parte del bene e del male. Note a margine di una lettura
Autore: Demetrio Nunnari
Editore: Enter
Collana: Fuori Collana
Ambito: Critica Letteraria, Saggistica
Anno: 2012
Paese: Italia
Copyright: © 2012 Enter
ISBN: 9788897545347
Lingua: Italiano
Legatura: Brossura
Pagine: 76
Formato: 14,85 x 21 cm
Prezzo: € 10,00

Dal 4 Agosto 2012 in libreria e on-line ai seguenti link:


* un sincero ringraziamento ed un'attestazione di lode al Dott. Gennaro Balzano di "Enter Edizioni" per la meticolosa cura prestata all'intera iniziativa editoriale.
                                                                                                                                              l'Autore

lunedì 16 luglio 2012

Gocce di vita


Peccando d’immodestia
affido al nero su bianco
pensieri, esperienze, emozioni.
Congerie di aneddoti, aforismi
scaturiti o, senza pretese,
liberamente tratti
da incontri, reali o simbolici,
con i Grandi del mio tempo e del passato.


Sull’Arte

Ricordi lontani di un bimbo che coglie per strada un fragile pezzo di vetro e vi guarda il mondo, che gli appare diverso, chimerico e distante…
Pensieri di oggi, di un uomo che cerca nell’arte quel sortilegio.
Staccarsi dal Tutto, dalle nostre miserie, per non esserne preda e tornare alla vita con nuovo vigore: questo è il fine dell’arte.
L’arte, che riaffiora alle nostre coscienze ciò che ha posto nell’animo umano e che l’animo umano conosce e produce: il bene e il male, la vita e la morte, la gioia e il dolore.


Lezioni di vita

Narra un’antica leggenda del Tibet di un monaco che, un giorno, chiamati a raccolta i suoi discepoli disse loro: “Salite sulla vetta del sacro monte e lì cercate il suono del battito di una sola mano. Vi è riposto il segreto della vita.”
Senza batter ciglio, i discepoli s’inerpicarono su per la montagna, speranzosi di dirimere un così vitale quesito. Chi dopo due anni, chi dopo tre o forse più, l’uno dopo l’altro tutti tornarono al cospetto del Maestro coi loro fantasiosi responsi: “Il suono del battito della mano di un uomo è quello che essa emette nel percuotere il petto di questi in atto di contrizione…”, ed ancora “Il suono del battito di una sola mano è quello che essa genera quando cerca di afferrare il vento”….
“Stolti!…” - rispose aspramente il sant’uomo - “…il suono del battito di una sola mano non esiste. E voi, ingenui alla cerca del Giudizio, avete speso invano lunghi anni dell’unica esistenza che vi è data arrovellando le vostre menti su uno stupido quesito che soluzione non ha. Come tanti, troppi forse, avete fatto sì che il limpido ruscello della vita vi scorresse a fianco senza mai assaporarne le fragranti acque, intenti a badare alle cose più insensate. Persi per sempre i momenti più belli, soli sulla vetta della vostra pochezza.”


Nessuno è perfetto

Un ebreo è assorto in preghiera: “Sai, Dio…domani è il kippur, il giorno dell’espiazione. Cerca, dunque, di perdonare a noi tutti i nostri peccati; poiché se monderai le nostre colpe, forse noi perdoneremo Te, per tutte le volte che ad Auschwitz-Birkenau, Buchenwald una madre straziata ha visto chiudersi le porte di una camera a gas alle spalle del suo bambino, senza che Tu muovessi anche solo un dito per evitarlo”.
A questo mondo nessuno è perfetto; forse nemmeno l’Altissimo…


Saggezza armena

Rovistando fra le anticaglie di polverosi scaffali un grosso libro mi cade fra le mani. L’autore è armeno, di quelli ignoti, che quasi ti vien voglia di capire perché mai son venuti al mondo.
Eppure, scorrendo fra le righe, un adagio di remota saggezza mi coglie alla sprovvista: “pesa sempre le tue parole come se non vi fosse un domani in cui pentirti di quel che dici”.
E adesso, grazie a quell’illustre sconosciuto forse venuto al mondo perché io capissi, divido la mia pena con me stesso, nel silenzio di pensieri che voce non hanno ma che pur parlano al cuore… e ripenso a quante volte ti ho ferita.


Saggezza ebraica [Riso amaro]

“Dimmi, Rabbi Yankele, tu che sei krande skrigno di saggezza: perké strumento musikale prediletto di fiero popolo ebraiko è minuskolo, insignifikante violino?”
“Vedi, amiko mio Moishele, tu non può skappare da nazisti con krosso pianoforte su tue spalle!”


Beata innocenza

Limpido meriggio d’estate; frenetico vocio di “soldatini” scalmanati che rincorrono una palla, rivestiti di uniformi colorate.
Ma c’è un recinto, e – di là da quello - una landa del quartiere di cui nessuno sa né vuol sapere. Stamberghe, che offendono la vista degli ipocriti.
In quel cortile, un ragazzetto solitario dall’occhio ceruleo calcia un barattolo: è la sua palla. L’aspetto è smunto e il vestire non da meno; dovrebbe avere tutto e nulla tiene.
Ma sembra indifferente e gioca con se stesso… e intanto porta dentro l’ineffabile mistero di chi altro non chiede che di vivere sereno il suo candore.


Chi impara da chi?

Puntualmente il rito si riproponeva sempre uguale: al suono della campanella, quel ragazzino minuto si precipitava ad abbracciarmi e, dopo un “ciao” semplice e forse troppo schietto, riassaporava la tanto agognata libertà quotidiana.
“Chi gli avrà insegnato a dare del tu ai grandi, agli estranei? E ad abbracciarli, poi…”
Uno dei grandi se ne accorse, e rimediò: “Non devi dargli del tu né abbracciarlo. Non è tuo padre. Porta rispetto!”
Così, un giorno, il ragazzino minuto si rabbuiò e, lontano dagli occhi e dalle orecchie indiscreti dei compagni, si tolse un peso dal cuore: “Mia mamma sta con uno che non è mio padre. Non mi piace, e lo chiamo signore. E se ti do del tu non è per offenderti, ma solo perché con te mi diverto, quando ogni tanto fai le facce strane per farci ridere un po’. Se non lo dico a nessuno… posso continuare?”
Chi impara da chi? Me lo chiedo ancora adesso.


Persone perbene

Non ne potevo più delle sue insolenze: presi il temuto libro nero e vi scrissi sopra la sua sentenza. E lui, furioso e per nulla intimorito, pronunciò la mia: “Appena mio padre esce di galera viene qui e ti spara…” E chi fosse il padre lo sapevano tutti tranne me.
Per un po’ mi guardai intorno, perché la prudenza non è mai troppa, ma poi me ne scordai. Mesi dopo, fra le molte madri venute a chiedere della sorte della loro prole, un signore dimesso mi fece: “Sono il padre di quel ragazzo. Sono stato in villeggiatura fino al mese scorso, e forse ci devo ancora tornare, perché so i fatti miei. A mio figlio ci pensi lei, come e quando vuole… perché gli sbagli che io sto pagando lui non li deve fare!”. E se ne andò.



Dialogo (immaginario) sulla Bellezza.

Keats: "Bellezza è Verità, e Verità è Bellezza... ciò è quanto è dato a noi sapere!".
Hegel: "Errore. Solo il Vero è Bello, e lo è proprio perché profondamente vero!".
Schopenhauer: "E' un'illusione. L'uomo è essere senziente e schiavo dei sensi, e come tale è inevitabilmente attratto non dalle cose vere ma dalle cose belle, e solo alla Bellezza egli dà valore di Verità!".


martedì 17 aprile 2012

Perchè Musica e Lettere

Musica e Lettere; due presenze ingombranti nella mia vita. Due fedeli compagne di viaggio che sempre mi hanno sostenuto e sempre mi sosterranno da qui innanzi. Poiché, quando la mediocrità di ciò che è intorno a me si fa assordante, non v'è di meglio che trovar rifugio nell'eterna, invitta bellezza di suoni e parole. 
Si dice che le nostre parole siano come le scarpe che portiamo ai piedi: sono comode e belle, ci fanno star bene e tutti le notano, e le indossiamo senza posa fino a consumarle. Infine, quando sono ormai logore, nessuno ci fa più caso, e anche ad averle ai piedi ci sentiamo in imbarazzo. Dunque, andiamo a prenderne di nuove o diamo una mano di vernice a quelle vecchie, cercando di portarle a nuovo lustro. Facciamo lo stesso con le parole: ne abusiamo giorno dopo giorno, fino a restarne del tutto insensibili. E' allora che una tragica notizia non ci turba più e una trita frase d'amore non risveglia in noi alcunché. Così, andiamo in cerca di un nuovo logos, o tentiamo di riportare all'antico splendore quello vecchio. A questo serve la grande Letteratura, che non ha luogo e non ha tempo, in quanto topos dell'anima del Mondo; a ridare un nuovo senso alle cose di sempre.
Si dice pure che la musica sia la forma d'arte più vicina al Divino. Essa è difatti priva di parola, a-concettuale, e dunque estranea a quel "concetto" che solo alla mortale, caduca parola riesce familiare. Così, non solo non vi sarebbero nell'arte dei suoni il tratto terreno e la finitezza di quel linguaggio che non riesce a farsi ragione di ciò che esula dalla ragione stessa, ma vi si scorgerebbe, anzi, quell'infinita libertà dell'Intuizione che più si avvicina al Sublime, al sub-limen, a quel che si cela sotto il limite che il nostro pensiero-parola non varca.
Ecco perché Musica e Lettere.