mercoledì 14 giugno 2017

Demetrio Nunnari - Biografia

Pianista, critico musicale e letterario, saggista, Demetrio Nunnari partecipa ad un seminario del M.ro Aldo Ciccolini (1992) e consegue il Diploma di Pianoforte presso il Conservatorio di Musica "A. Corelli" di Messina (1994). Allievo dei Proff. P.A. Zveteremich (che tradusse in prima mondiale il Dottor Zivago di B Pasternak) e B.V. D'Ajetti, è Dottore con lode in Lingue e Letterature Straniere (Specialista in Lingua e Lettteratura Russa; 2000). Riceve, per il suo operato in campo culturale, numerose attestazioni di merito: "Diploma d'Onore" al XV Concorso di Musica "A.M.A. - Calabria" (1992), Premio Internazionale "Calabria 2000" di Letteratura, Giornalismo e Scienze (per una tesi di laurea), Premio Letterario "Nunzio Giordano Bruno" (saggistica; 2001), Premio Letterario Internazionale "Il Convivio" (per la traduzione russo-italiano; 2003), Premio di Poesia Dialettale e Prosa "Nino Martoglio" (narrativa; 2003), Premio Letterario Nazionale "Franz Anton Messmer" (saggistica; 2003), "Diplome de Mérite" del prestigioso Tournoi International de Musique" diretto dal M.ro Filippo Michelangeli (critica musicale; 2004), Premio Letterario "Mario Soldati" (saggistica edita; 2012), Premio Letterario "Lord Glenn" (saggistica edita; 2014), Premio Internazionale "Calabria" di Letteratura, Giornalismo e Scienze (saggistica edita; 2014), Premio "Pannunzio" (Giornalismo e critica musicale edita; 2015), Premio Internazionale Letterario Artistico "Ambiart" (Giornalismo e critica musicale edita; 2015), Premio Nazionale "Mario Dell'Arco" (Giornalismo; 2016). Presidente dell'Associazione "Mafarka" (2002-2009), ha collaborato con il mensile "L'Eco del Sud" (2002-2012), con periodici, riviste d'arte ed associazioni culturali e fatto parte di giurie di concorsi nazionali (Premio Pianistico e di Musica da Camera "R. Schumann", VIII Ed., Premio Letterario "N.G. Bruno", Ed. 2002 & 2003, Premio di Prosa e Poesia ASAS, ed. 2015, 2016 & 2017). Ottiene nel 2003 una Borsa per uno Stage presso l'Università Statale di San Pietroburgo (C.S.I.) ed è, in seguito, Docente di Lingua Inglese, Lingua Russa, Analisi del Testo Letterario e Storia della Musica presso l'Università T.E. di Messina. Primo in Italia, traduce dal russo e pubblica un racconto di M.E. Saltykov-Scedrin [Il Convivio, 2003]. Consegue, successivamente, i Master in "Didattica della Letteratura Inglese", "Didattica della Lingua Straniera" e Apprendimento e sviluppo della Lingua Straniera". Pubblica il saggio Dalla parte del bene e del male. R.L. Stevenson e J. Conrad. Note a margine di una lettura [Enter Ed., Cerignola 2012]. Inizia nell'ottobre 2017 a collaborare con la prestigiosa rivista cinematografica on-line Diari di Cineclub. Dal 2002 è Docente di Lingua Inglese.
      


La mia Musica


                                                        “Beauty is truth, truth beauty,” – that is all
                                                
Ye know on earth, and all ye need to know.
                                                                                                                         [J. Keats]




Ci sono incontri che lasciano il segno, ed io ho incontrato la musica. Nonostante qualche decennio sia trascorso da allora, ricordo distintamente come lo studio del pianoforte scandisse con severità quasi tutto il mio tempo.
Due volte a settimana, all’uscita da scuola, trovavo ad attendermi l’auto di mio padre, e dritto di filato dal maestro di solfeggio. Finita la lezione – col babbo fuori ad aspettare - non erano però finiti i “nostri” impegni; ci attendeva ancora l’insegnante di pianoforte, una bella signora slava tanto dolce e gentile quanto implacabile ed esigente. Assolta anche questa incombenza si tornava finalmente a casa per il pranzo, alle cinque del pomeriggio. Qualche volta pranzavano assieme, qualche volta io da solo. Poi, subito a studiare.
Avevo nove anni.
La musica dettava inesorabilmente i ritmi e i gesti di vita quotidiana di un’intera famiglia che aveva forse riposto nel quarto dei suoi cinque figli le sue ambiziose speranze. Uno di quei gesti è vivo oggi più che mai: vedo mia madre – impiegata di professione e sarta per vocazione – ai miei piedi, intenta a tendere per bene l’orlo dei pantaloni cuciti di fresco. Quel giorno, col suo permesso, ero rimasto a casa a provare e riprovare, prima della lezione di musica, ogni piega di quel vestito appena sfornato. Mi colpiva il fatto che non vi fosse nei suoi occhi ombra alcuna della stanchezza di una levataccia mattutina, ma la luce raggiante di uno sguardo quasi commosso nel vedere quanto la sua “opera” mi calzasse a pennello e il figurone che avrei fatto.
Così fu. L’augusta madre del mio giovane maestro mi girò e rigirò come un bambolotto, ammirando imbastiture, asole, bottoni e quant’altro; poi prese il telefono e chiamò la mia sciogliendosi in un fiume di elogi. Al mio rientro, mia madre fece lo stesso; prese a girarmi intorno rimirandomi da ogni angolazione possibile, quasi vedesse quel vestito per la prima volta, e negli occhi sempre la stessa luce e tanto, tanto orgoglio. Lì compresi quanto la musica fosse una cosa seria e volesse per sé il sacrificio di noi tutti. Il mondo dell’arte, e quello dei musicisti in particolare, è fatto di gente raffinata che sembra badare all’etichetta quasi quanto alla sostanza stessa. All’appuntamento con i miei maestri bisognava dunque essere ben preparati, puntuali e presentabili più che in altre circostanze, e noi – famiglia normale di ceto medio – facevamo il possibile: io pensavo ad applicarmi, e i miei al resto. In tutto ciò era proprio la musica a farci da guida e dare un ordine alle nostre responsabilità.
Vennero gli anni della scuola media ad indirizzo musicale e del conservatorio per i corsi superiori, e l’onere della doppia scolarità mi accompagnò lungo il sentiero della mia adolescenza e prima giovinezza. Al pianoforte si aggiunsero le materie complementari d’obbligo; tre giorni a settimana tornavo a casa alle sette della sera, giusto per la cena, e poi in camera a provvedere per le interrogazioni del mattino dopo. Gli insegnanti, alle superiori, sapevano del mio impegno artistico, ma nessuno di loro mi ha mai fatto sconti. Alcuni mi trattavano, anzi, con distacco, come se il mio amore per la musica fosse stato solo un eccentrico capriccio, poiché pareva loro inconciliabile che frequentassi un istituto tecnico ed uno musicale al contempo. Ma non lo era; la scienza dava difatti una spiegazione alle cose che vedevo accadere intorno a me, mentre con la musica riuscivo a dare un senso a quel che d’inspiegabile sentivo agitarsi dentro me, ed essa - che aveva sancito i miei doveri di bambino – definiva ora a poco a poco i bisogni della mia interiorità di giovane adulto. Ardevo di un desiderio urgente di “significato”, armonia, bellezza, mentre mi lasciavano indifferente le cose futili.
Non avevo una squadra del cuore, né una moto, né veri amici, in classe, con cui condividere gli affanni per una irraggiungibile ragazza dagli occhi di un verde smeraldo indescrivibile.
In conservatorio, invece, era tutta un’altra storia. Facevamo gruppo nei momenti di pausa, andavamo assieme a teatro e sugli impervi Studi di Chopin – sovente argomento di conversazione - patteggiavamo per Pollini o Ashkenazy[1] come gli altri ragazzi, quelli “normali” (… non unti dal crisma dell’arte), facevano il tifo per Maradona o Pelè. Sembra esserci una tacita intesa fra musicisti, che raramente hanno fede calcistica o passione per la movida notturna e altre simili vacuità.
Di nuovo, la musica mi soggiogava al suo volere, facendomi stavolta da bussola nella gestione dei miei rapporti interpersonali.
Giunse così l’agognato diploma, brillantemente conseguito, tanto che uno dei membri della commissione si adoperò per mettermi in contatto con l’accademia di un celebre concertista italo-francese.
Ahimè, lo status medio borghese della mia famiglia non tardò però a reclamare i suoi diritti. Tanti fratelli, tante esigenze, due modesti stipendi impiegatizi e le ultime rate del mezza-coda acquistato appena l’anno prima si portarono via i miei sogni. Con la pena nel cuore chiusi così il coperchio del pianoforte e mi dedicai - con rinnovato ardore - all’altra mia grande passione per le lingue e le letterature straniere.
Sembra ieri, a parlarne, eppure correva l’anno millenovecentonovantaquattro.

La vita è un lungo fiume tranquillo e – volenti o nolenti – segue il suo corso trascinandoci con sé. Così, dopo aver accarezzato l’ambizione di diventare pianista, svolgo oggi la professione che il mio antico amore per le lingue mi ha dato, benché in tutto questo lasso di tempo la musica non abbia mai smesso di essere parte di me. Ho ascoltato, approfondito e acquisito una conoscenza della letteratura musicale classica di cui vado oggi fiero.
Ciò malgrado, qualche anno fa iniziai a provare la spiacevole sensazione che pure mancasse qualcosa. Capii in seguito. Qualsiasi rapporto teorico con l’arte è sempre un legame a metà, poiché l’arte – che è figlia del talento – si gusta con l’intelletto ma si fa con le mani, e le mie mani da troppo tempo non accarezzavano quei tasti bianchi e neri. Di buzzo buono ritornai a studiare. I mesi a seguire furono pieni d’angoscia poiché avrei voluto che le mie dita mi aiutassero ad esprimermi, e mi sentivo invece come Quasimodo; il gobbo Quasimodo[2], non il poeta.
Quasimodo che prova l’amore, lo patisce ma ne ha vergogna, perché cantato da lui, col suo corpo sgraziato e goffo, l’amore è cosa ridicola. E le mie dita erano adesso sgraziate e goffe. Perseverando, ritrovai però un po’ per volta il segreto e delicato connubio con la tastiera e, assieme a quello, qualcosa di ben più importante.
Come da bambino, il giornaliero rendez-vous col pianoforte tornava ad essere esigenza vitale. La musica è un momento di bellezza di cui tutti abbiamo bisogno: dopo una cocente delusione d’amore, la perdita di una persona cara, una malattia debilitante, un lungo periodo di “smarrimento”. Come un tempo, ripresi a stupirmi davanti al suo fascino, e a servirmene per sottrarre sempre più spazio alla mediocrità del quotidiano e far posto a tutto ciò che avesse parvenza di verità.
La musica è un male necessario, e i musicisti lo sanno. È dispotica, e chiede per sé ogni tua piccola attenzione. Ti sottrae alla vita che sta là fuori, e diviene al tempo stesso il motivo fondante del tuo essere. Ti adiri con lei e vorresti metterla alla porta, ma senza sarebbe il vuoto intorno a te. La musica è una pudica amante, che mai si concede al primo incontro. Promette senza mai mantenere, e tu insisti ed ancora insisti, e quando arriva il fatidico “sì”, ti accorgi che una vita intera ti è come scivolata addosso. Ma c’è del buono in tutto questo. Per una vita intera hai avuto occhi e cuore solo per lei, compagna fedele e devota, e nel frattempo non solo la tua esistenza, ma anche le più disumane sozzure dell’umanità ti son sfuggite.
La musica è salvezza dell’anima.







[1] Maurizio Pollini [n. 1942] e Vladimir Ashkenazy [n. 1937], tra i più grandi pianisti viventi, incisero nei primi anni ’70 due autorevolissime “letture” dei 24 Studi di F. Chopin [1810-49].
[2] Il campanaro di Notre-Dame de Paris di V. Hugo [1802-85].

lunedì 10 agosto 2015

CD Classica: J.F. Ruhe - 4 Sonate per viola da gamba e basso continuo

L'Ensemble "Dolci Accenti"
presenta
J.F. Ruhe [1699-1776]
4 Sonate per viola da gamba e basso continuo


Le leggi della discografia classica sono oggi, purtroppo, quelle stesse e inesorabili di un mercato che punta sempre più alla comunicazione di massa, e volta le spalle a certa parte della produzione artistica che non fa abbastanza audience, ma che non può ritenersi "minore" solo in ossequio ad esigenze banalmente legate alla mercificazione del sapere. E' così che fra i polverosi ripiani di libreria dell'ascoltatore medio italiano fanno capolino versioni di ogni sorta della gettonatissima Eine kleine Nachtmusik KV 525 di W.A. Mozart che non l'altrettanto piacevole e giocosa Kindersinfonie attribuita a papà Leopold.
Le pastoie del "già detto" incombono nel settore discografico ed è quanto mai arduo proporre qualcosa che sia realmente nuovo, che catturi una cospicua fetta del pubblico e che possa pure autofinanziarsi. Riesce in quest'impresa l'Ensemble "Dolci Accenti", nato dall'incontro di artisti di formazione eterogenea ma di solidi intenti comuni. Riescono i "Dolci Accenti" a proporci una vera leccornia editoriale quale l'incisione integrale delle 4 Sonate per viola da gamba e basso continuo di Johann Friedrich Ruhe [1699-1776], peraltro una delle sole due esistenti. Una figura, Ruhe, tanto più interessante quanto più - dato anagrafico alla mano - il suo contributo s'inserisce a cuneo, nel mondo austro-ungarico, fra quelli dei "soli" G. Ph. Telemann, J. S. Bach, G.F. Haendel e J. Haydn, la meteora L. Mozart, e l'astro nascente G. Ph. E. Bach. Insomma, Ruhe come anello mancante fra la musica che fu, quella è ancora e quella che sarà. Un momento di congiunzione, dunque, che - grazie alla lodevole iniziativa culturale dei "Dolci Accenti" - ci consente di ricostruire oggi con maggior fedeltà di dettagli l'evoluzione del gusto di un momento alquanto prolifico e felice della storia della musica nella Mitteleuropa.

Il CD "Bitte Ruhe - Sonate per viola da gamba e basso continuo di J.F. Ruhe" dell'Ensemble "Dolci Accenti" è disponibile nella sezione "musica digitale" del sito e-commerce:

http://www.amazon.it/Daniele-Cernuto-Calogero-Sportato-Lorenzo/dp/B01135AET2/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1438613613&sr=8-1&keywords=bitte+ruhe

ed è inoltre reperibile su Deezer, Google Play, I-Tunes, MixRadio, XBoxLive.


Ensemble "Dolci Accenti".
Gli strumentisti dell'ensemble Dolci Accenti provengono da esperienze artistiche e culturali diverse; si sono incontrati durante i corsi di studio del Conservatorio di Vicenza, dove si sono specializzati nell'esecuzione del repertorio musicale del XVII secolo e dei primi anni del XVIII, approfondendo lo studio e la ricerca su fonti originali quali trattati, musiche, stampe, manoscritti e cronache dell’epoca.Parallelamente all'interesse per la musica strumentale di quel periodo, hanno rivolto la loro attenzione alla musica vocale e alle sue potenzialità espressive. L'ensemble, che suona con copie di strumenti originali, interpreta e si interessa particolarmente alla produzione musicale di uno dei periodi più floridi, vari e ricchi della musica non solo italiana. Dolci Accenti ensemble, tra le altre associazioni concertistiche, è stato invitato al Festival di Arti Medievali di Sighisoara (Romania) nel luglio 2000, registrando per la radio Rumena, a Vilnius (Lituania) presso Lietuvos Musikos Akademia. E’ ospite fisso nel 2002 e 2003 al Festival di Monte Acuto (Sardegna). I musicisti dell’ensemble Dolci Accenti sono stati vincitori ai concorsi nazionali ed internazionali. Collaborano con i più importanti gruppi italiani ed esteri, (I Barocchisti, Radio Svizzera Italiana, Venice baroque Orchestra, Auser musici, solo per citarne alcuni), registrando dischi per etichette come Tactus, Stradivarius, Glossa, Sony, Naxos, Deutsch Grammophone, K617, Arts, Bongiovanni, Dynamic, CPO, ecc.

Strumentisti:
Daniele Cernuto - viola gamba;
Calogero Sportato - arciliuto, tiorba e chitarra alla spagnola;
Lorenzo Feder - clavicembalo;
Mauro Zavagno - violone.

Strumenti: 
viola da gamba: Franco Giraud, copia Colichon, 2001 (?);
clavicembalo: Gianpaolo Plozner, copia fiammingo, 1996;
violone;
arciliuto: Paolo Busato, 2001;
tiorba: Giuseppe Tumiati, 1997;
chitarra alla spagnola: Gunter Mark, 1991.


J.F. Ruhe [1699-1776]
Poche sono le notizie del maestro di cappella del duomo di Magdeburgo giunte ai nostri giorni. Nato all'interno di una famiglia di musicisti, Johann Friedrich Ruhe venne avviato alla musica dal padre Johann Valentin. Nel 1716 proseguì gli studi al Lyceum Chaterineum a Braunschweig e nel 1718 per un anno e mezzo divenne membro dell’orchestra di corte di Wolfenbuttel. Nel 1720 studiò Filosofia e teologia presso l’università Braunschweig di Helmstedt. Nel 1725 venne eletto cantore presso la chiesa di S. Johannis, ruolo che ricoprì per otto anni. Nel 1733 fece domanda per il ruolo di Maestro di cappella presso la cattedrale e la scuola di Magdeburg. L’anno dopo gli vennero affidate la liturgia e il coro della chiesa.
Nonostante questi importanti ruoli da lui ricoperti come compositore e Maestro di cappella, Ruhe venne dimenticato dopo la sua morte, avvenuta nel 1776. Se i documenti relativi alla sua vita sono frammentari, ancora meno sono le notizie relative alla sua attività di compositore  anche se, come è noto, molteplici sono le attività musicali legate ai riti e le devozioni delle comunità protestanti, cattoliche che comportavano una attività compositiva di grande respiro.
La lacunosa biografia e le scarse fonti dell’epoca rendono incerte le notizie sulla effettiva produzione di Ruhe. Impossibile il calcolo delle opere, composizioni perdute, sonate, sinfonie, concerti o opere sacre che dovevano rappresentare una parte importante dell’aspetto creativo considerando il grande ruolo che il compositore ha avuto. Dal 1733, infatti, è stato Kapelmeister della cattedrale di Magdeburgo e durante questo lungo periodo durato 43 anni le sue opere sono state eseguite direttamente in forma di manoscritto. Non stessa sorte ha subito ad esempio il coevo e ben più famoso Telemann che pure in quella città nacque.

Le uniche composizioni giunte ai nostri giorni sono custodite nella collezione di Greiz presso l’archivio di stato di Turingia.
Il Manoscritto contiene 4 sonate per viola da gamba e basso continuo e una suite per viola e violoncello. Sconosciuta è la data che delle composizioni, Non si conosce nemmeno il periodo nel quale verranno inserite nella collezione di Greiz. Le caratteristiche e lo stile compositivo ci permettono di datarle approssimativamente tra il 1740 ed il 1750. Infatti le quattro sonate rappresentano il fermento che si concretizzò in seguito nel movimento sorto a Mannheim nel quale lo stile tedesco e quello italiano concorsero efficacemente ad un rinnovamento strutturale e formale  e dal respiro più internazionale.

Il ritmo stilizzato di marcia di alcuni tempi veloci, tipico della scuola di Mannheim, si arricchisce con l’uso accorto della appoggiatura soprattutto nei tempi lenti, che conferisce un’accattivante individualità, anche se a volte nasconde la povertà di sviluppi episodici. Notevole poi l’invenzione melodica nei movimenti lenti, che spesso raggiunge considerevole ampiezza. Grazie ad una scrittura tipicamente vocale la melodia conserva la semplicità e si fa ammirare per la bellezza dell'espressione, esaltata anche dal diverso uso degli strumenti a pizzico, a volte combinati con strumenti bassi melodici. Il risultato è una musica a volte fortemente drammatica, di tormentata espressività nei tempi lenti.  Il canto dei tempi andante è grazioso, vivo e pittoresco, l’armonia è melodiosa, a tratti appassionata e semplice, sebbene sapiente, ed è con questi mezzi, molto semplici, che Ruhe perviene a grandi effetti espressivi e armonici. Dal punto di vista strumentale in questa registrazione si è voluto variare il più possibile le qualità timbriche dei diversi strumenti, nonostante i ruoli strumentali siano solo uno sostenuto dal basso continuo. Ciò ha permesso di esaltare le qualità compositive di questo Autore dimenticato e all'ascoltatore si chiede solo di “fare silenzio” per ascoltarlo.

Due sonate “par viola da gamba” sono composte da tre movimenti i cui tempi agogici sono classicamente alternati tra lento moderato e allegro. Le altre due sonate, invece, sono articolate in quattro movimenti e contengono in modo alternato al loro interno due tempi lenti e veloci

La Sonata II in la minore, apre questa registrazione, con un tempo di Adagio, molto malinconico e nostalgico la cui cantabilità viene esaltata dalla tiorba e un basso melodico che sostiene la melodia. L'Allegro successivo oltre allo strumento solista vede la sezione del basso continuo molto protagonista con proprie frasi di risposta alla melodia e piccole frasi indipendenti e dialoghi imitativi. Il terzo tempo è un Minuetto pur lungo nella sua durata, viene alternato nell'uso della strumentazione dei colori dinamici ma anche ad un interessante cambio di tonalità in la maggiore nella Trio finale.

La Sonata I in do maggiore si apre con un ampio Andante in 6/8 sempre molto cantabile come in spesso sono i temi rococò affidati a qualche solo di violoncello. L'Allegro centrale fa  uso delle ripetizioni e talvolta il basso si unisce alla melodia in un grande unisono. Il carattere di danza dal carattere quasi sbarazzino del Presto chiude questa sonata tra continue modulazioni e uso di doppie corde.

Ampi arpeggi in sol maggiore aprono l'Andante della Sonata III che in modo delicato si trasformano in salti di terza discendenti caratterizzandone tutto il movimento rendendolo quasi danzante. L'Allegro successivo irrompe con i suoi ritmi sincopati  e accenti spostati che rendono il tempo estremamente movimentato. L'Adagio che segue riporta ad un clima disteso; il clavicembalo tacendo rende l'atmosfera più morbida e l'uso del violone arricchisce la profondità del suono. L'ultimo Vivace dal tempo in 3/8 chiude la sonata. Il ritmo è serrato, scandito e sostiene una melodia costruita su piccole porzioni, ma a volte si apre ad ampie progressioni rendendola estremamente musicale.

L'ultima Sonata di questa registrazione si apre con un movimento senza agogica. La tonalità di re minore si sviluppa attraverso un lento arpeggio acefalo della viola, quasi come un preludio. L'Allegro successivo vede l'uso scritto in partitura del “tasto all'ottava”, rendendo più leggera la ricca armonizzazione richiesta del basso continuo. Ma è nel tempo Alla Siciliana che anche grazie all'uso del violone, le acciaccature presenti nel tempo in 6/8, e un uso sapiente della melodia, rendono questo movimento cantabile e disteso. La sonata si chiude con Un poco vivace che vede protagonista anche il basso continuo che dialoga in contrapposizione con la linea solistica attraverso la propria parte sviluppata in modo esuberante e originale.



giovedì 11 giugno 2015

"Maestoso con brio" di Giuseppe Carcione: il piacere di far musica


Sabato 13 Giugno 2015, Presso la Sala Consiliare del Comune di Galati Mamertino [Messina] alle ore 21.30 Giuseppe Carcione presenterà Maestoso con brio, sua prima impresa letteraria per i tipi di Armenio Editore. Come in un gioco di scatole cinesi, il piacere di far musica è l'aforisma che svela, a nostro avviso, il senso di un secondo aforisma, peraltro neppure così velato: il titolo. "Maestoso" è difatti un andamento solenne e austero, come austera e solenne è spesso la musica colta. Anche "con brio" è però un andamento, ed esso esige passo svelto e saltellante, ovvero l'esatto contrario del grave incedere del "maestoso". Ma non è una contraddizione in termini, un ossimoro. E', piuttosto, la gioia di far musica elevata, musica maestosa ma fatta con brio!
Nel suo libro, Carcione vede la copiosa letteratura bandistica quasi come un filtro, che passando al setaccio le algide finezze della scrittura di operisti di rango (Verdi, Puccini, Donizetti...) tenta di ridare ad essa una seconda vita.
Quando, difatti, ai primi del Novecento la grande Opera rischia di estinguersi, non trovando più un sofisticato auditorio al seguito, le strade da percorrere per un suo revival sono essenzialmente tre: l'Operetta buffa e semiseria che non mira troppo "in alto", la canzone neo-melodica (con la quale il tenore "leggero" condensa in pochi minuti un dramma amoroso) e la banda, quel complesso orchestrale in cui la nuova figura del musicante per diletto prende il posto del musicista professionista. All'alba della Grande Guerra, però, non si va granché a teatro, e le radio nelle case degli italiani sono ancora poche. A poco a poco, e nei decenni a seguire, la banda ha così la meglio: tira fuori l'Opera dai suoi luoghi storici e la mette in strada, fra i sobborghi, la gente comune, le massaie che si affacciano alle finestre e i carrettieri fermi ad ascoltare. Non solo è "comoda", perché arriva a domicilio, ma piace perché non fa sofismi né virtuosismi, e si diletta di compiacere un pubblico che non ha pretese se non quella, verace, di canticchiare, fischiettare e di commuoversi.
La banda, scrive Carcione, è fonte di meraviglia, coi dorati luccichii dei suoi piatti e degli ottoni. La banda "racconta" di uomini lontani - con Aida e Nabucodonosor (Nabucco) - e seduce la fantasia mortificata da un immane conflitto bellico con strumenti dai nomi esotici... corni inglesi, trombe egizie, tam-tam e gong. Essa è, tuttavia, anche e soprattutto luogo di aggregazione, e non solo bande diverse hanno "timbri" diversi, ma sono formate da curiosi esseri che parlano dialetti diversi, talvolta non meno strani dei loro stessi strumenti. La Musica - parola scritta volutamente in capitaletto - si fa, in tutto ciò, collante di una società in nuce fondata sulla condivisione di un momento di bellezza. Unisce destini, sogni infranti e grandi propositi; lega individui per carattere diversi ma simili per etica ed estetica. La Musica è sogno, magia, seduzione per l'udito e per la mente, che prende e porta lontano e allevia le fatiche del lavoro giornaliero. La Musica è il valore aggiunto che fa piena di senso la vita dei personaggi di Maestoso con brio come anche dello stesso Giuseppe Carcione che - dedita la sua carriera alla docenza di altra disciplina - ritorna ardentemente al suo primo amore, finalmente non più clandestino.

Alla cerimonia di presentazione di Maestoso con brio interverranno il Sindaco del Comune di Galati Mamertino Bruno Natale unitamente al Presidente del Consiglio Comunale Gaetano Emanuele, e poi lo scrittore Luciano Armeli, l'editore Antonino Armeno e il maestro Calogero Emanuele.

mercoledì 21 gennaio 2015

Sicilia



Sicilia,
terra d’agrumi e profumo di mare,
terra di volti riarsi dal sole,
di gente che parte e vorrebbe tornare.
Terra d’amore, terra d'amare;
d’orgoglio, fierezza,
bellezza e passione,
tormento e delizia,
mestizia ed incanto.
Terra proterva
che livore non serba
al figlio furente
che vuol rifuggire;
che Sicilia gli è madre
e muta e paziente
aspetta sull'uscio
di vederlo tornare.
A tutto disposta,
fuorché all'oblio,
terra di gente
baciata da Dio.

[D.N.]



domenica 12 ottobre 2014

Ipse dixit!

"Ipse dixit", ovvero "Lui ha detto". Frasi famose che ci accompagnano spesso nei nostri affanni quotidiani, facendoci da guida. Alcuni degli aforismi che seguono appartengono a personaggi celebri della storia dell'arte e della conoscenza. Altri, invece, sono il sunto della mia personalissima visione del mondo, e necessitano magari di qualche breve chiarimento, fornito in calce, ad uso e consumo di quanti, fra i lettori, vorranno avere la compiacenza di soddisfare fra queste poche righe la loro brama di arricchirsi di piccole perle di sagacia o saggezza, che dir si voglia.

"A questo mondo non è importante avere ragione, quanto ottenere ragione indipendentemente dal fatto di averla!"
[A. Schopenhauer; L'arte di ottenere ragione]

"La grammatica inglese è come il maiale; non si butta via niente." (1)
[D.N.]

"L'ozio è il padre dei vizi... ed io sono un parente!"
[D.N.]


"Tutte le mattine mi alzo presto... e mi sveglio tardi!"
[D.N.]

"Le consonanti sono come le mozzarelle; si distinguono per modo di produzione e luogo di produzione." (2)
[D.N.]

"La sola persona a non parlare inglese in tutto il Regno Unito è la Regina!" (3)
[D.N.]

"Fede e fiducia sono entrambe una scommessa: o si vince, o si perde!"
[F.M. Dostoevskij; Saggi]

"Quando si parla di numeri, due più due fa quattro; quando si parla di persone, a volte due più due fa cinque!"
[F.M. Dostoevskij]

"Con quelli troppo ignoranti e con quelli troppo intelligenti non è possibile discutere; tutti e due, infatti, sono convinti di avere sempre ragione!"
[D. Defoe; Moll Flanders]

"Se chiedi how old are you? ad un bambino inglese di 5 anni, quello ti risponde 'Non sono io vecchio, sei tu che sei deficiente!" (4)
[D.N.]

"Dentro le persone e le uova di Pasqua cerchi la sorpresa, che spesso delude, poche volte piace e qualche volta... non c'è!"
[D.N.]

"Le preposizioni inglesi non sono semplici!" (5)
[D.N.]

"Perché fare oggi quel che avrai tutto il tempo di fare domani? L'ozio è scaramantico e allunga la vita!"
[D.N.]

"Il rugby è uno sport violento per persone gentili; il calcio è uno sport gentile per persone violente".
[Motto inglese]

"Anche le giornate uggiose hanno il loro 'perché'. La pioggio ruba i pensieri alla nostra mente, i ricordi quasi sopiti, e li porta con sé, per poi restituirli più vividi di prima... e lo sguardo alla finestra è rivolto verso l'interno..."
[D.N.]


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1) Nella grammatica inglese è ricorrente il reimpiego degli stessi coefficienti e/o strutture per funzioni diverse.

2) Effettivamente, in linguistica, il "modo" e il "luogo" di produzione sono distintivi dei suoni vocalici di una lingua.

3) La pronuncia ufficiale dell'Inglese britannico è detta Standard English, Received Pronunciation oppure Queen's English [Inglese della Regina]. E' la stessa che si tende ad insegnare all'estero, Italia compresa, ma è parlata in tutto il Regno Unito da una esigua percentuale (dal 3 al 5 %) del popolo britannico, dunque piuttosto inconsueta in quanto ad uso.

4) "Quanto sei vecchio?" [How old are you?] è la traduzione letterale di una forma idiomatica inglese che corrisponde all'italiano "Quanti anni hai?"

5) E' un semplice gioco di parole che rende la pressoché totale mancanza di corrispondenza fra l'uso delle preposizioni semplici ed articolare in italiano ed il suo corrispettivo in inglese; uso che risulta così alquanto complesso da comprendere per noi italiani. In una forma interrogativa inglese, ad esempio, le preposizioni semplici si collocano in fondo alla frase e non - com'è solito per noi - all'inizio.

lunedì 6 ottobre 2014

A Demetrio Nunnari il Premio Internazionale "Calabria 2014" di Letteratura, Giornalismo e Scienze.

Seguita a riscuotere unanimi consensi il saggio di Demetrio Nunnari Dalla parte del bene e del male. R.L. Stevenson e J. Conrad. Note a margine di una lettura (Enter Edizioni, Cerignola 2012). Dopo il prestigioso Premio "Mario Soldati 2012" di Torino ed il "Lord Glenn 2013-14" di Udine, adesso l'altrettanto lusinghiero riconoscimento tributatogli alla 52° edizione del Premio Internazionale "Calabria 2014" di Letteratura, Giornalismo e Scienze. Già nel lontano anno 2000, ai suoi esordi, Nunnari aveva vinto lo stesso certame con una tesi di laurea sulla superstizione nella letteratura russa dell'Ottocento, e torna oggi a doppiare il successo con un saggio edito. Il Premio Internazionale "Calabria" - del Circolo di Cultura e Relazioni Internazionali di Villa San Giovanni, diretto dal Prof. Giuseppe Morabito - è stato conferito, dalla sua fondazione ai giorni nostri, alle personalità più illustri della cultura internazionale. Fra questi, per citarne alcuni, Giuseppe Petronio (critico letterario e storico), Giuseppe Fava (giornalista e scrittore), Ettore Lo Gatto (slavista), Ezio Raimondi (filologo, saggista, critico letterario), Domenico De Masi (sociologo), Francesco Sabatini (Presidente Onorario dell'Accademia della Crusca), Raffaele La Capria (scrittore e sceneggiatore) e, ancora, Heinrich Boll (Premio Nobel per la Letteratura), Roland Barthes (semiologo) e Ilya Prigogine (Premio Nobel per la Chimica). Il saggista messinese, dunque, non può che ritenersi immensamente onorato dalla compagnia di tanto illustri predecessori. La cerimonia di premiazione del "Calabria 2014" si terrà Venerdi 24 Ottobre 2014 presso il Salone delle Feste dell'Hotel de la Ville di Villa San Giovanni (RC).
Qualche cenno, invece, vorremmo dare sul saggio di Demetrio Nunnari. A dispetto di quanto sembrerebbe trasparire dal titolo (v. sopra), non si tratta di un'indagine dal taglio teologico o filosofico sull'eterno dissidio fra il bene e il male. Piuttosto, la sua è una lettura su piano ontologico; una vera e propria "fenomenologia" del personaggio alla ricerca del proprio sé, attraverso alcune delle opere più celebrate di Stevenson e Conrad; scrittori che rappresentano, in tal senso, due tappe significative di "un percorso affascinante, forse mai compiuto una volta per tutte" [C. Natoli; Centonove, 13/11/2012].

Pianista, critico musicale e letterario, saggista, Demetrio Nunnari partecipa ad un seminario del M.ro Aldo Ciccolini (1992) e consegue il Diploma di Pianoforte presso il Conservatorio di Musica "A. Corelli" di Messina (1994). Allievo dei Proff. P.A. Zveteremich (che tradusse in prima mondiale il Dottor Zivago di B Pasternak) e B.V. D'Ajetti, è Dottore con lode in Lingue e Letterature Straniere (Specialista in Lingua e Lettteratura Russa; 2000). Riceve, per il suo operato in campo culturale, numerose attestazioni di merito: "Diploma d'Onore" al XV Concorso di Musica "A.M.A. - Calabria" (1992), Premio Internazionale "Calabria 2000" di Letteratura, Giornalismo e Scienze (per una tesi di laurea), Premio Letterario "Nunzio Giordano Bruno" (saggistica; 2001), Premio Letterario Internazionale "Il Convivio" (per la traduzione russo-italiano; 2003), Premio di Poesia Dialettale e Prosa "Nino Martoglio" (narrativa; 2003), Premio Letterario Nazionale "Franz Anton Messmer" (saggistica; 2003), "Diplome de Mérite" del prestigioso Tournoi International de Musique" diretto dal M.ro Filippo Michelangeli (critica musicale; 2004), Premio Letterario "Mario Soldati" (saggistica edita, 2012), Premio Letterario "Lord Glenn" (saggistica edita; 2014), Premio Internazionale "Calabria" di Letteratura, Giornalismo e Scienze (saggistica edita; 2014), Premio "Pannunzio" (Giornalismo e critica musicale edita, 2015), Premio Internazionale Letterario Artistico "Ambiart" (Giornalismo e critica musicale edita, 2015). Presidente dell'Associazione "Mafarka" (2002-2009), ha collaborato con il mensile "L'Eco del Sud" (2002-2012), con periodici, riviste d'arte ed associazioni culturali e fatto parte di giurie di concorsi nazionali (Premio Pianistico e di Musica da Camera "R. Schumann", VIII Ed., Premio Letterario "N.G. Bruno, Ed. 2002 & 2003, Premio di Prosa e Poesia ASAS 2015). Ottiene nel 2003 una Borsa per uno Stage presso l'Università Statale di San Pietroburgo (C.S.I.) ed è, in seguito, Docente di Lingua Inglese, Lingua Russa, Analisi del Testo Letterario e Storia della Musica presso l'Università T.E. di Messina. Primo in Italia, traduce dal russo e pubblica un racconto di M.E. Saltykov-Scedrin [Il Convivio, 2003]. Consegue, successivamente, i Master in "Didattica della Letteratura Inglese", "Didattica della Lingua Straniera" e Apprendimento e sviluppo della Lingua Straniera". Pubblica il saggio Dalla parte del bene e del male. R.L. Stevenson e J. Conrad. Note a margine di una lettura [Enter Ed., Cerignola 2012]. Dal 2002 è Docente di Lingua Inglese.